L’occhio e lo smartphone. Puntata 24

Sono nato all’epoca delle pitture rupestri ma non lo dimostro. La mia professione? Fotografo. I miei campi d’azione? Wildlife, inviato di guerra, ritrattista. Il mio metodo di lavoro? Scattare immagini guardandomi attorno, salvarle nella mia memoria, poi di corsa a casa, nella camera oscura che è la mia caverna, per scaricarle e stamparle (meglio, inciderle su un materiale duraturo come la pietra) prima di dimenticarmele.

Le “camere obscure” del Guardi o del Canaletto o di Vermeer… così sono capaci tutti! Non parliamo poi del Sei/Settecento, gran confusione di sovraimpressioni tra santi, martiri, donne di malaffare, pastorelli di dubbia moralità, esterni, interni sontuosi…

Poi compare un certo Pablo, uno che la camera incorporata ce l’ha ma o è rotta o di poco prezzo perché distorce tutto. Fotografa le donne (con la camera mentis) ma gli vengono distorte, un occhio su e uno giù, ma le stampa (meglio, siamo seri, le disegna). È un genio! Ma poiché è tale, che la sua sia già una app?

Mi viene istintivo pensare a quanti miliardi di immagini, da quando esistiamo, siano state immagazzinate in quello splendido hard disk senza limiti di capienza che si è andato man mano evolvendo – mi rammarico che le immagini che abbiamo mandato a memoria fin da piccoli non possano “per ora” essere salvate e condivise ma solo raccontate.

Smartphoneography | Fotoguida.itFaccio alcuni passi indietro. Nel lontano 1995, quando a Palazzo Bagatti Valsecchi fu presentata la mostra fotografica di Evgen Bavcar, l’immagine che vedete qui a destra fu la prima che mi colpì e da allora non mi ha più abbandonato.

Perché Evgen Bavcar è un fotografo sloveno “non vedente” dall’età di 12 anni, quando a seguito di due incidenti perde completamente la vista. Le immagini impresse dei luoghi, delle persone, unite naturalmente in questo caso a una misteriosa visione del tutto, lo porta a ripercorrere luoghi, a entrare in sintonia con le persone, a rivedere quanto aveva allora salvato e, rivedendo con la mente, a scattare.

Ecco perché sono un innamorato della smartphoneography: molti l’hanno trasformata in forma d’arte e man mano essa lo è divenuta per davvero. Lo dimostrano quotidianamente siti, pubblicazioni, mostre in ogni parte del mondo, ma io voglio considerarla così:
un prolungamento della mia mente. Vedo, scatto, salvo, non importa se le linee non sono diritte, se l’inquadratura non è perfetta, se è mossa – i ricordi che ho nella mente non sono immagini perfette, forse i colori non sono più brillanti, forse è tutto un po’ ”slightly out of focus” (per ricordare un altro grande), ma il ricordo è li fissato, da condividere o solamente da rivivere.

Se un giorno potremo visualizzare tutto quello che ognuno di noi ha visto, avremo il gran libro dell’umanità e, forse, potremo lasciare a casa il cellulare.

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