L’occhio e lo smartphone. Puntata 3

Arthur Felling, meglio noto con il soprannome con cui si firmava, “WeeGee the Famous”, era un fotografo di “nera” i cui scatti oggi custoditi ed esposti al Museum of Modern Art sono stati pubblicati su tutti i grandi quotidiani settimanali e mensili americani durante gli anni ruggenti del proibizionismo e della lotta tra le gang newyorkesi. Nella sua autobiografia “WeeGee di WeeGee”, Felling si lamenta perché tra poliziotti, lettighieri, pompieri e persino tassisti era invalsa a un certo punto l’abitudine di acquistare una macchina fotografica Kodak Brownie con flash, considerata a ragione la prima “snapshot” della storia, per poi correre alle redazioni dei quotidiani in anticipo rispetto ai professionisti del settore vendendo le loro istantanee a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato. A circa ottant’anni di distanza assistiamo al ripetersi del fenomeno, forse in maniera totalmente differente non tanto per il mezzo quanto per l’approccio all’avvenimento.

Chi oggi non ha con sé uno smartphone, un dispositivo più o meno sofisticato ma comunque in grado di scattare immagini, e quanti non sono potenzialmente in grado di inviarle in tempo reale a un giornale o una televisione? Chiunque può trovarsi presente a un avvenimento imprevisto che vale comunque la pena documentare (al di là dell’ipotetico guadagno monetario), e in questo modo i grandi settimanali hanno potuto mettere in copertina immagini che non sarebbero mai state disponibili altrimenti. Lo smartphone è un mezzo velocissimo per documentare eventi improvvisi e imprevisti. L’immagine è una testimonianza, non importa se mossa o sgranata, l’importante è che possa fare immediatamente il giro del mondo!

Ne ho avuto una riprova personalmente qualche tempo fa mentre ero impegnato nella registrazione dello spot per una nota catena di ristorazione con un famoso personaggio femminile della televisione. Una folla di ragazzi e di adulti era accalcata esternamente contro le vetrate del locale dove avvenivano le riprese, e tutti avevano tra le mani uno smartphone con cui scattavano foto a raffica. Interessante riflettere sul fatto che tutte quelle persone – non prevedendo l’occasione in cui si erano imbattute – ben difficilmente sarebbero uscite di casa con una fotocamera. E possiamo solo immaginare a quante altre persone siano state immediatamente inviate quelle fotografie!

Quando, in tempi andati (ma non poi molto), facevo lunghe passeggiate al lago o in montagna o altrove con i miei due figli e mia moglie, portavo sempre al collo una reflex analogica corredata da vari obiettivi; tuttavia, per pigrizia o per comodità, affidavo gli obiettivi alla borsa di mia moglie con le conseguenti richieste tipo “Passami il 135”, “Metti via bene il 28”, “Ridammi l’80”. Ho scattato molte foto, ma mi sono perso anche certi momenti irripetibili.

Certo oggi non avrei raccolte di diapositive ben conservate e che prima o poi passerò allo scanner, ma se la tecnologia fosse stata quella odierna – oltretutto in continua inarrestabile evoluzione – certamente avrei avuto sempre con me anche uno smartphone. In fondo la fotografia tradizionale infastidiva i miei famigliari che si sentivano osservati, intralciati nei loro giochi, oltre al peso dell’incarico di “assistente” che mia moglie mi rinfaccia ancora oggi. Senza contare che ai parenti rimasti a casa avrei mandato subito le immagini migliori, quasi a farli partecipi in tempo reale dei nostri bei momenti.

Immediatezza e, se fatta intelligentemente, mancanza di invasività: queste sono le due caratteristiche fondamentali per le quali la smartphoneography si sta affermando così nettamente.

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